This article is based on the presentation at the High School of Philosophical Theory "Identity and Recognition: between Biopolitics and Biotechnologies", at Acqui Termi, Piedmont, Italy, 19-22/02/2015. The original language is Italian.

 

 

Il cyberspazio è il primo spazio sociale con preeminenza di rapporti post-umani. Cioè il cyberspazio è una realtà interamente mediata dalla tecnologia e che, in particolar modo, coinvolge la dimensione cognoscitiva dell'uomo, producendo un aumento nelle sue capacità e funzioni.

Nel Cyberspazio, l'uomo ri-crea la propria corporeità ed identità. Quindi in questo nuovo mondo cyberspaziale, come spazialità di situazione (ref. Merleau-Ponty), possiamo sviluppare una post-corporeità: in quanto “corpo digitale” siamo “oggetto” (siamo un profilo Facebook/LinkedIn,...) ed è attraverso questo profilo/blog/sito che communichiamo, siamo ed acquistiamo esperienza.

Ma non siamo solo oggetto ma anche siamo creatori di quel oggetto con cui entriamo in contatto con il mondo digitale. L'individuo online sarà dunque “simbolo” e “frontiera” online.

Se l'identità è una costruzione attraverso la quale diamo significato a noi stessi ed agli altri, a questo punto il cyberspazio ci mostra una prima caratteristica post-umana: l'ansia di essere online, di mostrarci in una specie di cyber-mit-sein (ref. Heidegger), rievocando l'ansia di separazione di Cartesio, l'ansia “di decostruzione di quello che ci separa”, come diceva poc'anzi la prof.ssa Bazzicalupo.

Parlare di corpo ed identità digitale implica anche la necessità di riflettere sulla sua integrità anche in quanto integrazione tecnologica. L'identità digitale nel cyberspazio, come capacità creativa ed in costante sviluppo, si costruisce in base a reti di spazialità di situazioni.

Il cyberspazio come cognitive enhancer porta con sé nuove capacità, che allo stesso tempo generano nuove vulnerabilità.

Vediamo brevemente quali sono alcune delle più importanti di queste nuove capacità:

1) L'ubiquità, intesa come la possibilità virtuale di essere in molti posti, svolgendo diversi ruoli, status e personalità, essendo come si suol dire oggi “multitasking”.

2) Un altro punto è la capacità della tecnologia di offrirsi come un“angelo custode” dell'uomo, una nuova protezione post-umana. Pensiamo ad esempio al caso paradigmatico di Google: attraverso le sue molteplici apps non solo ci aiuta a trovare una strada, un posto in macchina, un buon ristorante, ma anche arriva a dire cose su di noi che nemmeno noi stessi sappiamo.

 

Queste grande aziende che dominano internet sono in grado di sapere di più dei cittadini di quanto sanno gli Stati di appartenenza. Questa è una conoscenza precisa, continuamente aggiornata ed altamente mercificabile.

3) La capacità che chiamerei di “Panta Rei”, di essere oltre la finitezza della corporeità, di offrire all'uomo la possibilità di sognare per un attimo di condividere con tutti gli altri utenti le proprie e le loro esperienze, tragedie e gioie. Si crea così l'illusione di avere in mano le memorie del mondo.

Ma, come dicevano all'inizio, queste potenzialità cognoscitive post-umane portano anche una dose divulnerabilità post-umana:

1) In primis, l'uomo non riesce a processare tutta l'immensa quantità non solo d'informazione ma anche di emozioni provocate e veicolizzate da quest'informazione, generando un senso di angoscia sull'esistenza stessa dell'uomo e la sua condizione di essere finito.

2) Una seconda vulnerabilità a considerare è la debolezza dell'uomo di fronte alle aziende che gestiscono la big data. Le grandi aziende utilizzano conoscenze e tecniche di neuroscienza e di UX (user experience) non solo per gestire le volontà degli utenti, ma anche per mercificarli.

3) Un terzo elemento di vulnerabilità è dato dal conflitto fra riservatezza e capacità tecnologica di pubblicizzare e di rendere virale qualsiasi informazione sensibile.

Oltre a queste vulnerabilità ci troviamo anche cambiamenti sociali epocali:

1) Cambia la sociabilità nel digitale: che viene atomizzata e balcanizzata, con isole di protezione (le reti sociali, i motori di ricerca, fra le isole più conosciute) in un mare di rischi (la Deep Web). E questi rischi sono funzionali alla creazione e rafforzamento di quelle isole di sicurezza. Siamo un po' al livello medioevale: con città stati fortificate e cittadini che a loro interno vengono atomizzati, controllati e mercificati grazie alla -e per colpa di- tecnologia.

2) Cambia anche l'autorità: più basata sulla conoscenza che su altri elementi di potere. Nei rapporti online, la conoscenza è veramente potere. Sapere codificare è tutto, al punto che le autorità delle fortezze online possono rimanere invisibili, moltiplicando ancora il loro potere per non avere il costo di rendere conto delle loro decisioni, atti ed omissioni.

3) E cambia anche l'educazione: oggi I ragazzini di 11-13 anni non solo sono quelli che consumano di più la tecnologia, ma sono anche quelli che la fanno, quelli che, in comunità e attraverso l'uso, la modellano e ne aprono la strada verso l'innovazione. Siamo noi, gli immigranti digitali, quelli che dobbiamo imparare da loro, non solo come oggetti e soggetti di diritto, ma anche come futuri legislatori del web.

Dunque, si è creata una nuova dimensione d'identità post-umana, senza però averne una società post-umana corrispondente che sia abbastanza solida ed adeguata per cogliere le sfide che la rivoluzione digitale presenta.

Anche il Diritto, come strumento sociale, si trova di fronte al dilemma fra la necessità di creare unnuovo diritto post-umano che interpreti in modo adeguato il nuovo contesto e che dia soluzioni affidabili a questi conflitti sociali, alle nuove funzionalità e vulnerabilità umane presenti nel cyberspazio e la tensione con il vecchio diritto che cerca di limitare l'innovazione sulla base di una superiorità dei valori umani in ambito post-umano. Questo vecchio diritto cercherà poi di de-post-umanizzare il cyberspazio, per restituire così i valori caratteristici dell'umanità ad un ambito eminentemente tecnologico che rimane in parte da capire.

Alcuni tentativi di creare qualcosa di questo genere sono stati applicati in ambito di copyright (da un diritto permanente ed esclusivo ad una specie di diritto “usa e getta”) e di privacy (più flessibile ma anche più abarcativa: come utente do i miei dati ma non solo devo essere lasciato in pace ma anche devo avere piena conoscenza e controllo sui miei dati gestiti da altri).

Un'ultima riflessione. Paradossalmente, in questo nuovo contesto di post-umanità, rimanere umano implica un ulteriore rischio, diventando una pericolosa sfida al nuovo status quo che cerca con tutti i mezzi d'imponerse.

Di fronte al nuovo mondo digitale, come fra l'altro è accaduto durante tutti i cambiamenti epocali, rimanere parte del vecchio mondo aumenta i rischi, ma offre anche il fermento necessario per riflettere su dove ci porta l'innovazione. Pensiamo, ad esempio, al cambiamento verso la modernità esperimentata dal Giappone feudale: le armi, che proteggevano non solo la vita individuale ma anche un intero codice etico sociale dei samurai, sono state vietate, considerandole inutili e pericolose in un mondo gestito centralmente dal potere centrale dello Stato e dalla sua legge.

Allo stesso modo, se uno vuole mantenere un adeguato controllo della sua privacy, le dinamiche online sono così pervasive che l'unico modo sarebbe utilizzando tecniche di encriptato che, di per se, fanno diventare a quelli che le utilizzano, ettichettati di fronte alle autorità come persone sospette. Secondo la minimalista logica dell'etica googleana “don't be evil”,  chi cerca per metodi estraordinari astraersi alla generale apertura -o violazione- della sua privacy, diventa già un soggetto pericoloso.

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